Federica Deiana
Ciò che il silenzio sceglie di trattenere

di Mirco Salvadori
Rockerilla (Italy)
no. 541, Settembre 2025


Il silenzio non è sonoro. È un mutamento della mente, un voltarsi altrove.
John Cage

Federica Deiana attraversa il suono come si cammina in un paesaggio poco tracciato: con passo attento, ascoltando ciò che si muove appena. Nelle sue composizioni convivono luce, memoria e lentezza, ma soprattutto una ricerca sincera fatta di studio, di ascolto profondo, di silenzi che non chiedono di essere riempiti. Le sue parole, come la sua musica, non alzano la voce: indicano sentieri, lasciano tracce lievi, per chi sa restare, per chi sa ascoltare. Nel suo gesto di compositrice, la musicista sospende la materia silente lasciandola respirare fino a rivelare ciò che custodisce: memorie, dettagli, luci e ombre interiori. Non è il vuoto che riempie, ma la sostanza che sostiene il suono; non assenza ma luogo di presenza.


Se ripensi all’inizio del tuo percorso, a quando hai iniziato a sentire il suono non solo come qualcosa da ascoltare ma come un modo per correlarti con la realtà, quale immagine ti viene in mente?

Ho capito che la musica sarebbe diventata il mio mezzo per comunicare verso il mondo esterno solo dopo aver conosciuto Stefano Guzzetti, compositore e persona che stimo tantissimo e che ora è tra i miei più cari amici. È successo all’inizio dell’estate di tre anni fa: Stefano mi invitò nel suo studio, avendo notato in me tanta curiosità nei confronti del suo lavoro, e del sound design e della composizione più in generale, e da quel momento è stato come se mi si fossero aperti davanti agli occhi mondi di infinita bellezza. Essere catapultati in uno studio con tanti sintetizzatori, e parlo di strumenti storici come la Yamaha DX7 o il Roland JP8000, e tanta altra strumentazione analogica e non solo, a ventidue anni e per giunta in un’isola come la Sardegna, e poter imparare un mestiere al fianco di una persona con il suo ricco percorso, non è un privilegio concesso a tutti. In particolare, ricordo che l’ascolto del suo lavoro HEXA (2022), in uscita in quel periodo, cambiò totalmente il mio modo di ascoltare e percepire il suono. Iniziai quindi ad andare nel suo studio con costanza e nell’arco di un anno ho imparati tantissimo, non solo dal punto di vista musicale, ma anche e soprattutto umano. In tutta onestà, probabilmente, se non avessi avuto la grande fortuna di conoscerlo, oggi non sarei chi sono ora e non avrei intrapreso questa strada. C’è voluto anche tanto studio, ovviamente. Osservare non basta, e credo di essere ancora all’inizio del mio percorso.

C’è qualcosa di profondamente personale nei tuoi brani, come se ogni suono custodisse un frammento di tempo. Ti capita mai di scrivere per mettere ordine nei tuoi ricordi, o al contrario, per lasciarli andare?

I miei brani prendono vita da un processo strettamente legato alla mia attività interiore: quando compongo ho bisogno di isolarmi totalmente, staccando persino il cellulare, faccio eccezione solo per i miei familiari e le persone a me più care. Tramite la mia musica, cerco di comunicare quello che è il mio mondo interiore, ma anche la mia visione del mondo esterno. Perlomeno, questa è l’intenzione. Il mio ultimo lavoro, Fragments, nasce da una profonda riflessione su una parte del mio passato. Comporre quei brani è stato un modo per vivere ancora una volta quei ricordi, chiuderli definitivamente nel loro tempo per poi lasciarli andare. In quei momenti, scrivere musica rappresenta per me una vera e propria forma di terapia, mi aiuta a entrare in contatto con me stessa e a riflettere più profondamente sul mio posto nel mondo.

La tua musica sembra attraversare da una quiete che non è mai passiva, ma piena di intenzione. Ti è naturale lavorare con questa lentezza, o è qualcosa che hai dovuto imparare?

La lentezza e il non lasciarmi influenzare dalla frenesia della quotidianità dei giorni nostri fanno parte del mio modo di lavorare e di approcciarmi alla vita in generale. Questo non vuol dire, ovviamente, che i miei tempi di lavoro siano estremamente dilatati; tutt’altro. Ma la quiete, interiore o esteriore che sia, è uno stato per cui lotto ogni giorno affinché faccia parte della mia vita: la cerco in quello che faccio, nel piacere di leggere un libro o di guardare un film, nelle persone che mi circondano durante le mie giornate. Credo profondamente che si debba cercare di vivere il più sereni possibile, a prescindere da ciò che di turbolento potrebbe capitare. Tutto questo penso si rifletta quando lavoro alle mie composizioni, sia nelle intenzioni musicali dei brani che nel mio stesso modo di lavorare. Se ho delle scadenze, faccio in modo di organizzarmi per consegnare prima e lavorare senza fretta, perché la pressione non è mai d’aiuto quando si vuole lavorare bene a qualcosa. Sul piano musicale, ciò si riflettere nel modo in cui cerco di far evolvere in modo lento e graduale certi suoni, soprattutto le tessiture dei sintetizzatori. Questo è legato proprio al fatto che i miei brani prendono spesso vita da uno stato d’animo o da quello che accade nella mia testa, dove il tempo passato a vagare nei meandri della mente è come se si arrestasse.

Hai una formazione strumentale molto ricca, ma ora ti muovi in un territorio ibrido, tra acustico, elettronico e field recording. Esiste uno strumento, una tecnica, che oggi senti più vicina al tuo modo di esprimerti?

In questo momento particolare, credo che non riuscirei a esprimermi senza il pianoforte. Anche se non sempre è presente nei miei brani, pur rimanendo, comunque, una costante nelle mie composizioni, non riuscirei a immaginare il mio linguaggio attuale senza di esso. Spesso le mie idee nascono dal pianoforte, le progressioni armoniche partono tutte da lì, anche se poi le riporto nei sintetizzatori. Da bambina ho iniziato a toccare con mano la musica grazie allo studio della chitarra classica, abbandonata poi per un amore improvviso per quella elettrica, ma da sempre ho mantenuto il forte desiderio di imparare a suonare il pianoforte. Mi sento fortunata oggi a poterne approfondire lo studio classico al Conservatorio. Esercitarmi per ore e aver registrato con un pianoforte a coda, il cui suono trovo peraltro bellissimo, per il suo carattere cristallino e morbido al tempo stesso, mi ha anche fatto capire che quello che cerco adesso è un suono ancora più delicato, quello che solo il pianoforte con la sordina è in grado di restituire. Avrò modo di dedicarmi a fondo proprio a questo nei miei prossimi lavori, e ho già programmato un album per solo pianoforte in futuro.

Tu hai raccolto un piccolo patrimonio musicale rappresentato dai tuoi tre EP tutti pubblicati su Home Normal. Parlacene.

L’incontro con Ian Hawgood, fondatore e curatore di Home Normai, è stato molto fortunato. L’ho conosciuto grazie a Stefano Guzzetti nella primavera del 2023, quando è venuto in vacanza qui a Cagliari con la moglie Leonora. Ricordo che fu proprio quella volta che Stefano gli chiese se avesse il piacere di ascoltare i miei brani. Io non avevo alte aspettative, avevo cominciato a comporre più seriamente non da tanto. E invece i brani gli piacquero talmente tanto da decidere di prendermi sotto l’ala della sua meravigliosa etichetta. È anche grazie a Ian Hawgood se sino ad ora mi sono potuta togliere qualche piccola soddisfazione. La Home Normal è una bella etichetta, e non lo dico perché ne faccio parte. Ammiro l’amore, l’impegno e la gioia che Ian ripone nel suo lavoro come curatore. Così il mio viaggio con Home Normal è iniziato con Faith, il primo EP, frutto di una piccola raccolta di brani scritti nell’arco di un anno, in mezzo a tanti altri che alla fine sono rimasti nell’archivio dei miei hard disk e che probabilmente non vedranno mai la luce. Questo primo lavoro mi ha fatto capire la direzione che avrei preso e che avrei seguito nei successivi Tempest e Fragments, anche se con sfumature diverse. Lavorare a Faith è stata una rinascita per me, dal momento che l’ho scritto durante il periodo in cui ho deciso di cambiare la mia vita, abbandonando la maggior parte delle attività che facevo prima – per diversi anni ho militato in vari gruppi musicali come chitarrista –, e di dedicare tutto il mio tempo all’esplorazione dell’universo musicale e a creare un mio linguaggio.
Tempest è, diversamente, un lavoro più minimalista rispetto al mio EP di debutto. Durante la lavorazione ho continuato a cercare un buon equilibrio tra pianoforte ed elettronica. È stato scritto nell’autunno dell’anno scorso, e questo è suggerito anche dalle sonorità più cupe, come quando volge presto la sera, sonorità sempre legate al mio mondo interiore, però. In questa fase ho iniziato a togliere, anziché aggiungere, a far sì che i brani in qualche modo respirassero maggiormente.
Il lavoro più intimista, tuttavia, credo sia Fragments. È un disco che mi ha aiutato a fare pace con una parte del mio vissuto: è stato come averla congedata, in qualche modo, lasciandole la possibilità di vivere di vita propria. In Fragments ho lasciato che i pensieri prendessero il sopravvento su di me e ho cercato di tradurli in musica: ecco perché è un EP caratterizzato da un movimento lento e graduale, dove sono protagoniste le tessiture dei sintetizzatori, personificazione in musica del mio flusso di coscienza. Calarmi totalmente nel mio animo non è stato facile, perché si diventa più vulnerabili, mettendo a nudo se stessi, i propri sentimenti e indagando il proprio essere. Credo, tuttavia, che tutto questo sia il minimo, quando si decide di riflettere se stessi nella propria musica.

Come lo vedi questo nostro piccolo ma vitale angolo elettroacustico italiano, perché secondo te continua a faticare per uscire alla luce di un sole che senz’altro lo premierebbe o forse, è suono comunque dedicato a pochi e questo è in realtà il suo valore e pregio.

Credo che il nostro angolo elettroacustico italiano sia tanto piccolo quanto prezioso, proprio perché continua a coltivare una ricerca sonora che non si piega facilmente alle logiche di mercato. È uno spazio in cui il suono non è solo estetica, ma anche pensiero, tensione, materia viva. Il fatto che fatichi a uscire alla luce di un sole più ampio dipende da molti fattori: scarso supporto istituzionale, poca visibilità nei circuiti più grandi, e forse anche una certa frammentazione interna. Ma allo stesso tempo, questo suo rimanere “di nicchia” è anche ciò che lo preserva, che gli permette di mantenere autenticità. Forse non è un suono per tutti, ed è giusto così. È dedicato a chi ha voglia di ascoltare davvero, di perdersi nei dettagli, nei silenzi, nelle interferenze. In questo senso, il valore non sta nella quantità, ma nella profondità della relazione che si crea tra chi lo produce e chi lo riceve. E se questo significa restare un po’ ai margini, ben venga: è lì che spesso nasce ciò che ha più senso.

Tornando ai tuoi lavori, sembra di camminare dentro paesaggi sospesi, luoghi che non esistono ma che potrebbero essere veri. Ti capita di immaginare spazi precisi quando componi, o è qualcosa che nasce più da uno stato d’animo?

Per l’album a cui sto lavorando, in uscita nella prima metà del prossimo anno, sono stata ispirata, in parte, da alcune immagini tratte dal libro Tarkovsky: films, stills, polaroids & writings di Andrej Tarkovsky. Il tema del lavoro mi era ben chiaro da tempo, ancora prima di iniziare il disco, ma un giorno mi sono ritrovata a sfogliare quel libro e mi è sembrato che quelle immagini fossero la trasposizione visiva di quello che stavo componendo. In particolare, si tratta delle fotografie che il regista scattò in Toscana e in Sicilia tra il 1979 e il 1980. Da lì ho pensato tanto a quelle immagini, sopratutto perché le trovo di una bellezza unica, per i loro toni cromatici e per la loro composizione (è totalmente assente la presenza dell’uomo), e in qualche modo hanno cominciato a prendere il sopravvento sulla mia mente quando riaprivo le sessioni dei brani del disco, portandomi a immaginare atmosfere e luoghi mai visitati. In questo caso quindi l’ispirazione è arrivata da del materiale preesistente, ma i temi legati a esso hanno poi preso varie declinazioni. Spesso tutto questo succede a livello inconscio. Quando è un particolare stato d’animo a suggerirmi le prime note di un brano, comporre diventa sia un modo per elaborarlo, nel caso in cui sia ancora vivido, sia per riporlo in un cassetto della memoria. Ancora, capita anche che sia una persona, con le sue caratteristiche uniche, quella a cui dedico il brano. Ma in generale evito anche di chiedermi troppo che cosa abbia dato vita a una composizione: non sempre è un qualcosa di preciso.

Nel passaggio tra “Faith”, “Tempest” e “Fragments” si percepisce un’evoluzione molto naturale. Guardando indietro, pensi a questi lavori come a una sorta di diario? O ognuno vive in un tempo proprio?

Questi tre lavori sono stati scritti in periodi diversi e consequenziali della mia vita. Durante questo percorso non solo sono cambiate le mie conoscenze e competenze in materia musicale, grazie anche al fatto che ho iniziato a studiare in Conservatorio, ma sono cambiata anche io come persona. Credo che la vita sia un costante percorso di crescita, se uno questa crescita è pronto ad accoglierla a braccia aperte. Questi lavori fanno tutti parte di me, potendo essere intesi come l’evoluzione del mio stesso percorso, ma credo che al tempo stesso siano anche espressione del periodo in cui sono stati scritti. Questa è una delle ragioni per cui non ascolto più ciò che compongo, una volta che è stato pubblicato. Sento il bisogno di andare oltre, di voltare pagina e scrivere un altro capitolo.

La Sardegna, la tua terra, affiora spesso nelle atmosfere che costruisci, anche quando non la citi direttamente. Che tipo di relazione hai con i suoni che ti circondano ogni giorno?

Considero la musica come luogo geograficamente universale. Devo comunque confessarti che il paesaggio sonoro che mi circonda ogni giorno quasi non lo sostituirei mai con nessun altro. Mi ritengo molto fortunata. Abito in una città vicino a Cagliari, in un quartiere situato nella zona periferica. Le toniche delle mie giornate trascorse a casa sono il cinguettio degli uccelli, il fruscio del vento e le basse frequenze del lontano rumore delle automobili sulla statale. Si tratta di suoni e rumori di lieve intensità; mi sembra quasi che mi accarezzino delicatamente e mi sussurrino. Spesso mi fermo ad ascoltarli e a cercare di percepire i minimi dettagli, ed è come se il tempo si fermasse. Dietro casa, infatti, c’è la campagna, e a volte riesco a godere di una pace e di un silenzio quasi assoluti. Stare qua, inoltre, mi dà anche il privilegio di poter ammirare ogni giorno sia l’alba che il tramonto, cosa per me naturale, dal momento che, con quei colori, ci sono cresciuta. Non tutte le persone hanno la possibilità di potersi immergere nella natura a due passi da casa. Tutti questi elementi contribuiscono ad alimentare l’indisturbato e incessante fluire dei miei pensieri che da sempre mi porto dietro, e che incanalo successivamente in quello che compongo.
A volte mi chiedo se riuscirei mai a vivere in una grande metropoli. Forse sì, abituandomi. Ho in programma di partire all’estero per qualche mese il prossimo anno per motivi di studio, sono curiosa di scoprire se e come cambierà il mio modo di ascoltare e sapere se ciò avrà delle ripercussioni sulla musica che compongo. Per adesso, sono quasi certa del fatto che, sino a quando continuerò ad abitare qua, lo spazio, le pause e le lunghe tessiture continueranno a essere al centro della mia indagine musicale.

Quando lavori su una colonna sonora o su un documentario, entri dentro immagini che non hai creato tu. Come cambia il tuo modo di comporre quando devi dialogare con un’immagine già esistente?

Quando si scrive per il cinema, non solo si sta componendo per delle immagini in movimento, ma si tratta anche di entrare nella mente del regista che ti commissiona il lavoro. Ci sono quelli che quasi lasciano carta bianca, e quindi in questo caso il procedimento è abbastanza simile a quando non compongo per le immagini, dal momento che, in qualche mondo, è sempre da un’immagine che il tutto prende vita, che sia un qualcosa che mi ha colpito e fatto riflettere durante la giornata o una rappresentazione mentale; in questo primo caso sono quindi autonoma. Le cose cambiano, invece, quando il regista avanza delle richieste ben specifiche: lì sono due diverse sensibilità che si scontrano, e quindi inizia quella fase in cui si cerca di venirsi incontro. Che è una fase bellissima, peraltro, a seconda della persona con cui si lavora, perché può dare origine a tante riflessioni e ragionamenti nuovi e inaspettati, venendo a contatto con altri punti di vista. Questo vale anche per il sound design, non solo per la colonna sonora. Sul lato pratico, cerco comunque sempre di far sì che la musica mantenga una propria identità, facendo in modo che non sia troppo subordinata alla dimensione emotiva delle immagini, a meno che questo non venga esplicitamente richiesto. Personalmente, si tratta quindi di cercare di trovare un bilanciamento tra la mia sensibilità, quello che mi comunica un’immagine e come, di conseguenza, la interpreterei musicalmente, e il modo in cui il regista e lo sceneggiatore hanno concepito il lavoro, perché a volte le menti da mettere d’accordo non sono più due, ma anche tre o più, e lì tutto diventa più complicato.

Nei tuoi brani c’è un uso attento dello spazio: le pause, i respiri, il modo in cui una nota si spegne. Che rapporto hai con il silenzio? Lo consideri parte della musica?

Assolutamente sì, assieme a tutte le varie implicazioni che derivano dall’utilizzo della parola “silenzio” in musica. Quando si inizia a comporre, c’è sempre un po’ la tendenza a riempire totalmente lo spettro delle frequenze di un brano, anche per questioni tecniche, perché in apparenza sembra che suoni meglio e che sia più gradevole all’ascolto. Io sono però convinta del fatto che questo non debba diventare, al contrario, un’inibizione. Se nei brani tutti gli strumenti fossero sempre presenti, dall’inizio alla fine, essi avrebbero tutti lo stesso valore o, al contrario, nessuno lo avrebbe. Nella musica credo che lo spazio sia fondamentale: esso determina il modo in cui le varie voci devono interagire, quando devono intervenire e quando, invece, devono lasciare il posto ad altri elementi. Dal mio secondo lavoro, “Tempest”, ho iniziato a cercare di svuotare i brani, a scrivere con meno elementi. Diventa anche un esercizio, perché è più difficile scrivere qualcosa di interessante con poche voci, rispetto all’averne decine (che devono anche essere utilizzate in maniera opportuna, però). Così, accanto a brani dove c’è una compresenza di diversi elementi, ne ho composto altri dove, invece, a volte, in alcune parti, ne rimane solo uno, spesso una sequenza di note o accordi al sintetizzatore o al pianoforte, o al massimo due. Questo aiuta anche a creare una situazione di contrasto con un’altra parte dove sono invece presenti più elementi. Ce lo insegna anche il cinema, questo. È una tecnica molto utilizzata nel sound design: prima crei una situazione di rarefazione dal punto di vista sonoro, poi improvvisamente inserisci un suono o un rumore con una intensità molto maggiore, per creare il cosiddetto “effetto sorpresa”. In musica, il contrasto, e quindi il passaggio a un ambiente sonoro rarefatto, aiuta a dare una maggiore importanza sia al suono, ma soprattutto allo stesso silenzio, che sempre più ci è negato, con i ritmi e le abitudini della vita di oggi.

Comporre può essere anche una forma di ascolto, quasi una meditazione. Ti capita mai che un brano ti sorprenda, che si trasformi mentre lo scrivi e ti porti altrove?

Mi capita spesso di partire da un’idea ben definita: un arpeggio, una melodia di poche note o una progressione armonica, e di intuire già quale direzione prenderà quel brano. Altrettanto spesso mi capita di non sapere quasi niente prima di sedermi e iniziare a scrivere. A volte basta anche solo un suono di sintetizzatore appena programmato per aprirmi molteplici possibilità espressive. E quelli, per me, sono i momenti più belli, perché non so mai come si evolverà il brano. Ma, in modo del tutto paradossale, al tempo stesso, è come se lo sapessi, anche se inconsciamente. Alcuni brani è come se si fossero scritti da soli. Ancora, dopo tempo, quasi non mi spiego come e quando accade questo, perché in quelle occasioni mi sembra di stare facendo semplicemente da tramite per qualcosa più grande di me.
Comporre richiede, però, prima di tutto, una buona dose di dedizione e disciplina. È un esercizio che andrebbe fatto con costanza, anche quando sembra di non avere in mente nessuna idea, in maniera tale da costruire il proprio personale stile e linguaggio. Continuo comunque a sorprendermi quando, durante il processo creativo, i brani mutano di continuo la loro forma, come in una continua esplorazione. Proprio per questo, non di rado mi capita di scegliere il titolo dopo che ho finito di comporre, lasciando che sia il brano stesso a suggerirmelo, ponendomi, quindi, in una posizione di totale ascolto.

Nel tuo lavoro si sente un equilibrio sottile tra tecnica e istinto. Il Conservatorio ha cambiato il tuo modo di comporre, oppure ti ha solo dato strumenti per dire meglio quello che già avevi dentro?

Nonostante io venga ora considerata un’artista che compone musica ambient, elettronica e post-classica, i miei studi musicali sono iniziati altrove. Dopo due anni di chitarra classica, per circa dieci anni ho studiato chitarra elettrica e suonato dal vivo in vari progetti. Poi, a un certo punto, ho deciso che avrei voluto cominciare a sviluppare un mio linguaggio personale. A dire il vero è stata più una necessità espressiva, che una decisione. Perciò ho messo da parte la chitarra per dedicarmi totalmente allo studio della sintesi sonora e del pianoforte, che attualmente continuo nel corso di Musica Elettronica al Conservatorio di Cagliari, in cui mi sono iscritta subito dopo la laurea magistrale in Produzione Multimediale. Tutto questo mi ha portato con il tempo a sviluppare un approccio personale alla composizione, che sono sicura continuerà ad evolvere, in quanto lo concepisco non solo legato strettamente alla musica, ma al vivere in generale e ad altre arti come la letteratura, il cinema e la fotografia. Studiare al Conservatorio sta aprendo la mia mente verso estetiche con cui prima non avevo tanta confidenza. Nello specifico, il corso di Composizione Elettroacustica è davvero fondamentale perché si entra nel vivo delle composizioni acusmatiche, e non solo: lì il modo di approcciarsi alla materia sonora cambia totalmente, e si inizia a coglierne i più piccoli dettagli, le sfumature e a imparare a manipolare e a trattare il suono in maniera ancora più consapevole. Dall’altra parte, lo studio dell’armonia e del pianoforte classico mi stanno fornendo ulteriori conoscenze e competenze tecniche per esprimermi al meglio e stanno cambiando il mio stesso modo di comporre. Nonostante ciò, cerco sempre di dare spazio all’istinto quando compongo, evitando di farmi condizionare troppo da ciò che ‘si dovrebbe fare’: la prima cosa che considero quando valuto se un brano sia pronto per essere pubblicato è la sua capacità di smuovere e di comunicare qualcosa, a me stessa prima di tutto. Non pubblico nulla che non senta davvero mio.

C’è una traccia, tra quelle che hai pubblicato, che senti ancora completamente tua, intatta, anche dopo il tempo e gli ascolti?

Leaves contenuta nel mio primo EP Faith (2024), è la prima traccia che mi verrebbe in mente se mi chiedessero di scegliere un mio unico brano. Se considerato letteralmente, il titolo suggerisce una duplice interpretazione, riferendosi sia alle foglie, e al loro ondeggiare quando sono accarezzate dal vento (starei ore a osservarle, le trovo di una bellezza sublime), che all’abbandonare un luogo per andare altrove, verso qualcosa di diverso. In realtà, per quanto mi riguarda, c’è tanto altro sotto. Il movimento, inteso come cambiamento, è una costante che ritrovo sempre nelle mie giornate e che io stessa vado cercando: lo trovo, per esempio, nei miei spostamenti e nelle mie passeggiate quotidiane, delle quali quasi non potrei fare a meno. In maniera più figurata, muovere, andare avanti, per me significa crescere, mettersi in discussione. Credo che questo brano riassuma tutto questo. Dal punto di vista musicale, credo ci sia invece un discreto bilanciamento tra il pianoforte e l’elettronica, come se dialogassero continuamente, dove il primo non sovrasta mai la seconda e viceversa. Mi piace far convivere diversi elementi in uno stesso brano, dando all’uno o all’altro il giusto peso a seconda della mia sensibilità. Ho intenzione di continuare ancora questo tipo di ricerca.

Federica Deiana: potessi lasciare anche una sola traccia, un solo suono che resti nel tempo, quando tutto il resto sarà svanito, quale suono sarebbe e da quale luogo giungerebbe?

Credo che sarebbe il fruscio delle foglie mosse dal vento. Nei suoi momenti più tenui potrei ascoltarlo per ore: è come calarsi in una dimensione senza luogo e senza tempo, soprattutto se si chiudono gli occhi mentre lo si ascolta. Quando il vento si fa più forte e il fruscio si intensifica, può persino incutere timore, evocando tutta l’imponente forza della natura. È come se essa ci ricordasse la sua forza primordiale e incontrollabile. Io lo trovo affascinante, soprattutto se lo associo all’immagine di un albero dalla grande chioma, al cui interno vivono infiniti microcosmi, in continuo movimento.